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Ferrovia Adriatico SangritanaProssima fermata: BolognaPieno di consensi e viaggiatori per la linea ferroviaria attivata in occasione del Meeting di Riminidi Claudio Carella L’occasione è stata offerta dal Meeting di Rimini 2011 e la Ferrovia Adriatico Sangritana non se l’è fatta scappare: l’ha colta al volo, organizzando un treno speciale che, dal 21 al 27 agosto, ha garantito i collegamenti tra l’Abruzzo e Rimini. Un test importante, questo, che Sangritana considera una tappa di avvicinamento alla vera meta: Bologna. «Se è un test devo dire che sta riuscendo benissimo», commenta il Presidente della Regione Abruzzo, Gianni Chiodi, che ha scelto di viaggiare con Sangritana per partecipare al Meeting di Rimini. «La Sangritana si contraddistingue per una serie di qualità, tra queste per il servizio che è eccellente, degno delle più importanti compagnie aeree», ha proseguito il Governatore. Gli fa eco la gran parte dei passeggeri che viaggia “in dolcezza” a bordo del Lupetto di casa Sangritana, gustando le prelibatezze di “Pannamore”, il cui pasticcere si fregia del titolo di vice campione del mondo. L’andatura è sostenuta e le stazioni si raggiungono con una puntualità svizzera. Il fischio del treno sembra sottolineare l’orgoglio che provano, in questo momento, gli addetti ai lavori, in primis il Presidente, Pasquale Di Nardo, ed i suoi colleghi di Consiglio di Amministrazione, Gabriele D’Angelo e Maurizio Zaccardi.
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Victoria e Dan Fante Quando John Fante venne in Italia si fermò a Roma e a Napoli, ma sembra non sia mai andato a visitare Torricella Peligna, il paese d’origine di suo padre. Victoria e Dan Fante, figli del celebre scrittore americano, hanno invece deciso di cercare le proprie radici e sono tornati più volte in Abruzzo, in occasione del festival letterario intitolato a papà John; passeggiando per le vie di Torricella hanno ritrovato e visitato la vecchia casa (oggi inspiegabilmente in stato di abbandono) costruita dal nonno, che vi abitò prima di emigrare in cerca di fortuna per sé e per i suoi figli.

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Alfredo PaglioneVissi d'arte e d'amoreDa Tornareccio a Milano il passo è breve per un giovane intraprendente. Gli esordi come direttore di teatro e organizzatore di eventi musicali lo proiettano nel vivace mondo culturale della città negli anni Sessanta. Ma è l’amicizia con Aligi Sassu che gli apre le porte al mondo delle arti figurative che saranno il suo primo grande amore. Anzi, il secondo, dopo quello per “la signora delle tartarughe”di Giorgio D'Orazio
Non è un pittore ma parla della sua vita – e della sua carriera – mescolando i colori e stendendoli sulla tela del ricordo, un grande quadro nel quale convivono, tra stili, tonalità e intonazioni diverse, cinquant’anni di arte e d’amore. Alfredo Paglione apre la sua casa di Giulianova, un piccolo museo della pittura e scultura del secondo Novecento, con la mano fiera sulla maniglia di una porta in legno opera del famoso ebanista Giuseppe Rivadossi: decine di quadrati forati e sapientemente lavorati la compongono, in uno di questi è incastonato un numero, il 32. È il suo numero in effetti, quello che lo ha rincorso per tutta la vita. Da quella porta non si accede più alla famosa Galleria 32, per decenni la mecca di artisti ed intellettuali tra vernici dal sapore internazionale e salotti culturali di prim’ordine (come ricorda il bel libro I due soli, pubblicato nel 2007 da Vallecchi) ma la brillantezza, l’intraprendenza e la costante passione per la bellezza restano le stesse per questo rinomato gallerista partito con tanta curiosità e tanti sogni dal borgo di Tornareccio, nell’Abruzzo chietino, e approdato a Bogotà e poi a Milano per vestire la sua fortuna. Oggi il piglio imprenditoriale del mercante d’arte cede definitivamente il passo alla pazienza generosa del mecenate e del divulgatore, ma anche per questo, eppur sembra strano, ci vuole fortuna, come racconta. «Se penso a me penso subito ad una grande fortuna – esordisce – è come se nella mia vita si fossero incastrati tanti tasselli che mi hanno permesso di esprimere le mie capacità. A volte mi sento un predestinato perché mi sono trovato troppo spesso nel posto giusto al momento opportuno con le persone giuste». Ma di certo in quei momenti, in quei posti e con quelle persone, Alfredo Paglione ha saputo restarci e trarne carburante per il viaggio di una vita.
Quando ha incontrato per la prima volta questa fortuna?
«Nel 1958. È la chiave di volta di tutta la mia esistenza. In vacanza frequentavo un tenore cileno che mi presentò una musicista colombiana, Helenita Olivares, fidanzata con Aligi Sassu, che ancora oggi considero uno dei più grandi artisti del nostro tempo; lo conobbi e restai colpito da un crocifisso che realizzò per il capoletto della fidanzata; scrissi dei versi su quell’opera e stavolta ne fu colpito lui, tanto da invitarmi in estate nella sua casa di Albissola, dove aveva creato una sorta di cenacolo in cui c’erano Lucio Fontana, Asger Jorn, Agenore Fabbri, Josè Ortega, Enrico Baj, Karel Appel e tanti altri, anche Picasso; iniziai così a frequentarli quotidianamente, a tavola, nelle discussioni; ero un po’ la loro mascotte».
Era il 1960. Ventidue anni e ventidue giorni di piroscafo la portano ad avventurarsi in Colombia, alla scoperta di un antico popolo, i Chibchas, che studiò nel Museo del Oro di Bogotà…
«Venne fuori l’occasione di un servizio per la rivista Pianeta della De Agostini, e m’imbarcai. Lì fui ospite di Helenita e in quella casa la fortuna mi diede il bacio più bello: conobbi sua sorella Teresita, una splendida musicista; c’innamorammo e da allora solo la sua scomparsa, tre anni fa, ci ha separato. Lo studio però mi stava stretto, volevo far di più. Cominciai a farmi conoscere negli ambienti culturali e diplomatici, e utilizzai dei versi che Quasimodo aveva dedicato a Helenita come passepartout per accattivarmi la stampa: ero ormai un impresario avviato, ma volevo tornare in Italia».
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Mario Di PaoloObiettivo creatività
I suoi scatti girano il mondo. Ama il buon cibo, l’arte e il design, e preferisce stare dietro le quinte. Ritratto di un giovane fotografo figlio d’arte che usa le nuove tecnologie con l’occhio rivolto alla qualità e alla ricercadi Fabrizio Gentile Si è nutrito di pellicole e macchinette fotografiche fin da bambino, nello studio di suo padre Gino che alla fine degli anni Sessanta viene chiamato da Gabriele Pomilio a far parte dello staff di quella che, allora, era una delle poche grandi agenzie pubblicitarie italiane. E soprattutto respira arte, dal momento che il padre, oltre che lavorare per la pubblicità nel settore food e commerciale, autonomamente svolge lavori per artisti di livello nazionale e internazionale. Oggi Mario Di Paolo, trentacinque anni e due figlie, è un affermato fotografo tra i più richiesti nell’ambiente dell’arte contemporanea; si è costruito uno studio-fortezza alle porte di Pescara da lui stesso progettato e nel quale ha concentrato tutto ciò che lo appassiona: arte, architettura, design, e naturalmente fotografia. E cibo: a dora la buona cucina e il buon vino, e tra i suoi clienti ci sono le più grandi cantine abruzzesi, ma anche molte altre aziende del settore food, ovviamente non solo regionali. Opera in tutta Italia, e grazie ai lavori svolti con alcuni dei più grandi artisti internazionali le sue fotografie viaggiano anche oltreconfine. Non ama il protagonismo, il posto che si è scelto è dietro le quinte, dietro un obiettivo, a coordinare il lavoro per il quale è stato chiamato. Un lavoro che non consiste nel semplice scatto fotografico ma nell’entrare in comunione con il pensiero dell’artista, nel condividere la sua visione e nel cercare di riproporre nell’immagine le emozioni dell’opera. Un approccio basato su sensibilità e creatività unite a una indiscutibile padronanza tecnica, che lo ha fatto diventare uno dei più apprezzati fotografi d’arte italiani, con un “portafoglio clienti” che annovera nomi come Mario Airò, Ettore Spalletti, Joseph Kosuth, Daniele Puppi, Alberto Garutti, Carla Accardi, Gilberto Zorio, Michelangelo Pistoletto, Alfredo Pirri e molti altri.
Vieni da una famiglia di fotografi. Quanto conta avere il tuo cognome in questo lavoro?
Senz’altro aver vissuto nell’ambiente mi è stato d’aiuto: ho osservato e appreso tantissimo da mio padre, e se oggi sono in grado di lavorare con artisti e aziende di livello internazionale lo devo ai suoi insegnamenti. Ciononostante, lui –che conosceva l’ambiente e sapeva quanto fosse faticoso fare questo lavoro– ha cercato di dissuadermi dal seguire la sua strada, spingendomi a percorrerne una diversa. Per un certo periodo ho anche frequentato la facoltà di Lettere e filosofia, ma ho smesso a pochi esami dalla fine. Ho fatto l’istituto d’arte, mi piace la creatività tutta, e alla fine ho deciso cosa fare nella vita. Ma la mia strada l’ho costruita da solo, la maggior parte dei clienti che ho non li ho “ereditati”. |
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Sandro ViscaL'arte è un grande cuore rosso
L’ispirazione? Non esiste. L’Aquila? Era asfissiante. Pescara? Un deserto culturale. Il Sessantotto? Distruttivo. Guttuso? Meglio Fulvio Muzi. Il grande artista abruzzese parla delle sue idee, della sua vita e delle “sue” città. Senza peli sulla lingua.di Francesco Di Vincenzo Pedone senza patente per scelta antica, Sandro Visca solca i marciapiedi di Pescara col passo lungo e saldo dell’aquilano tonificato da decenni di escursioni sul Gran Sasso. La lunga e dritta figura sembra resistere senza sforzo all’incurvatura del tempo. «È solo un’impressione, purtroppo: di recente ho scoperto di essere alto centottanta centimetri».
Beato lei.
«Già, ma da giovane ero un metro e ottantaquattro ».
Consumato dall’arte…
«Lei lo dice con ironia ma è proprio così».
Il travaglio creativo… «No, il travaglio fisico, lo stare ore e ore chino sul proprio lavoro. Io ho sessantasette anni e almeno cinquanta li ho trascorsi a tagliare e cucire stoffe, pelli, pellicce, sagomare e saldare lamiere, plasmare plastica, segare legno, forgiare ferro e bronzo, assemblare chiodi, paglia, stracci, stagnola, metacrilato, oro, argento e tanti altri materiali che ho utilizzato nelle mie opere. Io non sono un pittore da tela e cavalletto. La componente artigianale, la tecnica, la manualità, lavorare i materiali più disparati, la fatica fisica insomma, sono componenti essenziali del mio lavoro d’artista».
E l’ispirazione?
«Mah. Che cos’è l’ispirazione? Io so che mi sveglio una mattina ed ho voglia di cucire una pupazza o un arazzo, un altro ancora di costruire una struttura in legno e stoffe… È ispirazione, questa? Forse, ma io non gli do questo nome»
Goethe diceva: “La creatività è al cinque per cento ispirazione, per il novantacinque traspirazione”.
«Perfetto».
Insomma, chiunque abbia la tecnica necessaria e sia capace di lavorare sodo può dar vita ad un’opera d’arte...
«Direi proprio di no. Ciò che distingue l’artista non è l’ispirazione né la sola tecnica, pure indispensabile, ma la vocazione naturale, innata, a rimanere fuori dagli schemi, a portare nel mondo, non solo in quello dell’arte, uno sguardo diverso, la capacità di essere differente, di non conformarsi ai percorsi prestabiliti, alle mode, al mercato. È lo scarto dalla norma, dalle mode, dal conformismo, che fa l’artista». |
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